A passo del più lento

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Dal diario di don Aldo Doliana, pellegrino sulla via Francigena (VITA TRENTINA del 4 marzo 2012)
Ad una dozzina di giorni dall’arrivo a Santiago, un incontro che lascia il segno.

A passo del più lento

di Aldo Doliana

E’ la terza volta che don ALdo Doliana, originario di Tesero e presidente dell’Associazione dei sacristi trentini, percorre la Via Francigena per arrivare a Santiago de Compostela. L’estate scorsa il suo pellegrinaggio a San Giacomo l’ha portato da Barcellona fino a Fatima. In questo stralcio del suo diario di pellegrino, Aldo si appresta ad afforntare il Monte O’Cebreiro, in Galizia, una delle tappe più temute dai pellegrini.

Subito dopo la partenza trovo uno senza zaino e gli chiedo dove lo avesse. Candidamente risponde che lo ha mandato avanti con il “coche” (la macchina) perché ha male alla schiena e alle gambe. Lo saluto e faccio per andare avanti; mi chiede se non sono disposto a camminare con lui perché ha paura di non farcela e gli spiacerebbe rinunciare proprio ora che ha già percorso oltre 600 km da San Juan Pié de Pòrt. Mi fa un po’ di tenerezza anche se è grande e robusto, più giovane di me. Cammina più lento di me, ma accetto; che samaritano sono se faccio finta di non averlo visto? Mi sembra quasi volesse piangere per la gratitudine; “Sono pià due giorni che cammino solo, tutti mi passano avanti e mi guardano di traverso perché non porto lo zaino ma solo un sacchetto con un po’ di pane e acqua”. Nasce così una forte simpatia. Gli presto i miei bastoncini e subito prende vigore nel camminare, si accorge che molta fatica passa dalle gambe alle spalle. Quel giorno non arrivo a O’Cebreiro perché il compagno di viaggio é affaticato. Ci fermiamo qualche km prima, a La Faba. Ci fermiamo in un rifugio gestito da una coppia di tedeschi, molto gentili. Andiamo alla “tienda” (il negozio) a comperare qualcosa per la cena e per la colazione di domani. Il tempo è incerto.

Al mattino pioviggina quando partiamo. Io senza bastoncini perché l’altro mi chiede se può usarli ancora. A pochi km da O’Cebreiro la pioggia si fa sempre più forte e più fredda. Sferzate gelide mi colpiscono il viso. Sebbene abbia la mantella, l’acqua mi sale come su una spugna dai pantaloni fino alla schiena, sono bagnato, inzuppato. Arriviamo al Passo, quota 1.400 slm con un vento freddo e fastidioso. Al bar prendiamo un “cafè con leche muy caliento” e, tolte le mantelle ci sediamo sperando di asciugarci un po’ ma, visto che il tempo non migliora, anzi peggiora, propongo di continuare verso Triacastela dove, essendo più basso, è probabile sia meno freddo se non addirittura bel tempo. Mi guarda un po’ perplesso ma credo abbia fiducia e riconoscenza e decide di seguirmi. Scendendo sotto quota 700/600 la temperatura si alza e la pioggia concede brevi intervalli. A Triacastela però è molto freddo: impossibile pensare di asciugare i vestiti qui. Proseguiamo fino a Fonfrìa dove c’è un “albergue” privato. Ha il riscaldamento acceso, decidiamo di rimanere qui ad ogni costo. Possiamo cambiarci e mettere tutti i vestiti bagnati nella macchina per asciugare la biancheria. E’ proprio un colpo di “bona suerte” dice l’altro; io confermo. Il mattino dopo pioviggina, la mantella può fare il suo dovere. Arriviamo a Sàmos, dove c’è un grandissimo monastero medievale.[…] Al mattino seguente mi congratulo con il mio compagno di viaggio che da quando lo ho incontrato porta sempre il suo zaino. E’ felice, continua a ringraziarmi per avergli dato coraggio e fiducia a proseguire e mi chiede di arrivare con lui fino a Santiago. Accetto ed approfitto per imparare molte nuove parole spagnole e quando non comprendo, ne cerca altre per farmi capire, è un ottimo maestro. La sua vita è stata piena di problemi fin da quando era bambino e continua ad averne, sono il suo confidente e così, camminiamo senza pensare ai dolori fisici. Vuole farmi comprendere cosa significhi per lui vivere: trovarsi molte volte come davanti ad un muro altissimo, nero e scivoloso, invalicabile, senza altra via per superare “quel momento” con solo la speranza di trovare un appiglio a cui aggrapparsi.

Arrivati a Santiago dopo altri cinque giorni mi abbraccia e mi ripete che da solo avrebbe rinunciato molto prima. Vuole che rimanga a Santiago un paio di giorni, fino a quando l’aereo lo riporterà a Valencia. Non so se accetterò; fino a Santiago lo ho accompagnato volentieri ma ora forse è meglio separarci. Alla sera, anche se non vuole lo saluto, “perché forse domani partirò prima che tu ti svegli”. Alle sei del mattino sono già sulla porta pronto per partire quando mi sento chiamare, salutare e abbracciare con le lacrime. Grazie, mi ripete ancora, senza di te non so… Mi sembra una esagerazione, non ho fatto niente di straordinario. Però, lasciando l’albergo mi sento commosso.

 

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